Ordiniamo al bancone qualcosa che, a prima vista, somiglia a un caffellatte: colore ambrato, quasi marrone, e un profumo caldo che sa di pane appena tostato, di nocciola e di caramello. Portiamo la tazza alle labbra convinti di trovarci davanti a un caffè, e invece no. Quel liquido color legno è un tè verde.
Si chiama hojicha, arriva dal Giappone ed è sempre più frequente nelle caffetterie occidentali. Le sue sfumature non sono brillanti come quelle del matcha, ma tostate. Ed è proprio quel carattere avvolgente e confortante a spiegare perché, con l’arrivo dell’autunno e il rientro di settembre, in tanti stiano imparando a conoscerlo.
Che cos’è l’hojicha e perché se ne parla proprio adesso
L’hojicha è un tè verde giapponese tostato. Il punto di partenza sono foglie di tè verde comuni – sencha, di bancha oppure di kukicha, quest’ultimo composto soprattutto da steli e piccoli rametti – che seguono all’inizio la lavorazione classica del tè verde e vengono poi passate ad alta temperatura. È la tostatura a fare tutto: cambia l’aspetto, il profumo e il gusto, e regala a questa bevanda la sua personalità inconfondibile.
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Una precisazione utile per non fare confusione al bar. Con “hojicha” si intende il tè tostato in sé; quando invece leggiamo “hojicha latte” parliamo della versione contemporanea, preparata con acqua e latte. Possiamo ottenerlo in due modi: da un infuso concentrato delle foglie, oppure dalla polvere finemente macinata, che si scioglie direttamente nel liquido.
E i numeri raccontano un interesse in netta crescita. Secondo Food Manufacture, le ricerche globali per “hojicha” sono aumentate di circa il 55% dall’inizio del 2025, mentre quelle per “hojicha latte” sono cresciute di oltre il 170%. Attenzione, però, a non leggere tutto questo come un sorpasso: l’hojicha non ha soppiantato il matcha, ma è la bevanda perfetta con l’autunno alle porte, dal 23 settembre, e alla voglia di comfort che torna quando le giornate si accorciano.
Perché è marrone anche se appartiene alla famiglia del tè verde
Com’è possibile che un tè verde sia marrone? Per via della lavorazione. Hojicha e matcha nascono dalla stessa pianta, la Camellia sinensis, eppure prendono strade opposte. Il matcha si ottiene macinando il tencha, una foglia coltivata all’ombra e mai tostata, ed è per questo che conserva quel verde acceso quasi fluorescente. L’hojicha, al contrario, parte da tè verde già lavorato e lo sottopone a una tostatura ad alta temperatura.
Sotto la tostatura le foglie virano dal verde al bruno, il profumo si riempie di note tostate, legnose, di nocciola e caramello, e il gusto si fa in genere meno vegetale e meno astringente rispetto a un tè verde classico. Il calore modifica anche la composizione di alcuni componenti della foglia. Senza addentrarci in tecnicismi, possiamo dire che la tostatura sviluppa quelle molecole aromatiche tipiche degli alimenti abbrustoliti – le stesse che riconosciamo nel pane in crosta o nella frutta secca – e allo stesso tempo riduce una parte delle catechine e della teanina presenti in origine.
Hojicha e benessere: quanta caffeina contiene davvero
Arriviamo al punto che genera più equivoci: l’hojicha contiene un minimo di caffeina, non è un tè del tutto deteinato, ma rimane comunque meno “forte”; chi rimane comunque sensibile alla caffeina farebbe bene a saperlo.

Qualche riferimento aiuta a inquadrare le quantità. Nelle tabelle giapponesi, un infuso standard di hojicha contiene all’incirca 20 mg di caffeina ogni 100 ml. Per avere un metro di paragone, il caffè filtrato indicato dalle medesime tabelle si aggira intorno ai 60 mg per 100 ml, quindi decisamente più carico.
Come preparare un hojicha latte caldo oppure freddo
Prepararlo in casa è semplice: di seguito diamo la ricetta con l’hojicha in polvere puro, lasciando perdere i preparati già zuccherati. Per una tazza servono:
- 1 cucchiaino raso di hojicha in polvere, circa 1,5 g
- 60 ml di acqua a circa 80 °C
- 180 ml di latte vaccino oppure una bevanda vegetale
- dolcificante facoltativo
Raccogliamo la polvere in una tazza ampia, versiamo l’acqua calda e lavoriamo con un piccolo frustino, un montalatte o anche solo un cucchiaino, finché spariscono tutti i grumi. A parte scaldiamo il latte senza portarlo a bollore, lo montiamo appena e lo versiamo sull’hojicha. Per la versione fredda basta cambiare qualche passaggio: acqua a temperatura ambiente, ghiaccio e latte freddo a completare.
Teniamo comunque presente che il profilo della bevanda cambia parecchio a seconda del latte scelto e degli zuccheri o sciroppi aggiunti. E al momento dell’acquisto vale la pena leggere bene l’etichetta: cerchiamo la dicitura 100% hojicha, una provenienza giapponese e, nel prodotto puro, l’assenza di zuccheri e aromi aggiunti.
Pensiamo però, per un attimo, a cosa mettiamo nella tazza, al di là del gusto. La tostatura brucia una parte delle catechine, però i polifenoli restano. E in cambio guadagna qualcosa che gli altri tè verdi non hanno: le pirazine e le melanoidine, che portano la loro dose di antiossidanti.
Di base, è meno astringente, più gentile con lo stomaco, e per via della caffeina leggera ce ne concediamo anche due o tre nella giornata senza pensieri. Un modo per immergersi nelle vibes autunnali.