Siamo davanti al computer, in attesa che si apra un file. Oppure in fila alla posta, con il telefono in mano e una mail da leggere. Intanto, mettiamo una mano sul viso senza accorgercene: ci stropicciamo un occhio, ci grattiamo la punta del naso, appoggiamo le dita sulle labbra mentre pensiamo. È un gesto così automatico che, se qualcuno ci chiedesse quante volte lo abbiamo fatto nell’ultima ora, potremmo soltanto tirare a indovinare. Eppure, nei mesi in cui il raffreddore gira tra ufficio, scuola e mezzi pubblici, è un gesto che purtroppo favorisce il contagio. Vediamo come e perché.
Il gesto che facciamo senza accorgercene
Durante la giornata le nostre mani toccano di tutto: la maniglia di una porta, il corrimano della metro, il carrello della spesa, la mano del collega che ci saluta. Quando una persona raffreddata starnutisce, tossisce o si soffia il naso, i virus finiscono sulle sue dita e da lì sugli oggetti che tocca, dove possono restare per ore. Noi li raccogliamo di passaggio. Poi, appena portiamo le dita agli occhi, al naso o alla bocca, li depositiamo sulle mucose, cioè sui tessuti umidi da cui i virus del raffreddore riescono a entrare. È una delle vie del contagio, insieme alle goccioline che respiriamo quando qualcuno ci starnutisce vicino.
Quanto spesso succeda lo ha mostrato una ricerca pubblicata nel 2015 sull’American Journal of Infection Control. All’Università del New South Wales, in Australia, alcuni ricercatori hanno ripreso con una videocamera 26 studenti di medicina durante le lezioni e hanno contato i loro gesti: in media, ognuno si toccava il viso 23 volte all’ora. Il numero riguarda quel gruppo, seduto in aula, e nel conto rientrano anche guance, mento, fronte, orecchie e capelli. I contatti con bocca, naso e occhi erano poco meno della metà, il 44%. Parliamo, peraltro, di futuri medici, preparati sull’igiene delle mani più della media.
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Tenere ferma la mano ogni volta è un’impresa. Più realistico è accorgerci di quando lo stiamo per fare: il dito che va all’occhio a fine giornata, quando la vista è stanca, la mano sotto il mento durante una telefonata lunga, mangiarci le unghie davanti a una mail difficile da scrivere. Una volta riconosciuti, questi gesti diventano più facili da fermare.
Ovviamente, è solo una delle tante abitudini “buone” che dovremmo adottare: appena rientrati a casa, con le chiavi ancora in tasca, la prima tappa è il lavandino, con acqua tiepida e sapone. Poi prima di metterci a tavola o di preparare la cena. E in ufficio, prima del panino in pausa pranzo, dopo una mattina passata a stringere mani, aprire porte e scambiare fogli.
L’abitudine serale da curare prima dei primi starnuti
La sera ha un modo tutto suo di allungarsi. Finisce un episodio e il successivo parte da solo, il telefono resta in mano per “cinque minuti” che diventano quaranta, e intanto la sveglia del giorno dopo resta puntata alla solita ora. Ma, sera dopo sera, perdiamo minuti preziosi di sonno che dovrebbero servirci per darci la carica per affrontare le giornate.
Uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Sleep ha provato a misurarlo. I ricercatori hanno seguito 164 adulti in buona salute: per una settimana hanno registrato le loro ore di sonno con un sensore al polso, poi li hanno tenuti sotto osservazione per cinque giorni. Le persone che dormivano sei ore o meno si sono ammalate più spesso di quelle che dormivano più di sette ore.
L’orario in cui spegniamo la luce non è uguale in ogni casa; a mezzanotte, con la sveglia alle otto, le ore ci sono tutte; il problema nasce quando la sveglia resta alle sette e il telefono si spegne all’una. E il momento per sistemare le cose è adesso, nelle settimane in cui stiamo ancora bene e il raffreddore comincia a girare tra colleghi e compagni di classe dei figli, prima che arrivino il naso chiuso e i primi starnuti.
Attenzione all’asciugamano condiviso

In bagno, accanto al lavandino, c’è quasi sempre un asciugamano per le mani che usano tutti: dopo i denti, al rientro dalla palestra, l’amica passata per un caffè. Lo prendiamo al volo e lo rimettiamo sul gancio, mezzo bagnato. Quando in casa c’è qualcuno raffreddato, però, dovremmo prendere una decisione diversa.
Tra i consigli per limitare il contagio c’è proprio questo: evitare di condividere asciugamani e oggetti di casa, come le tazze, con chi ha il raffreddore. Per qualche giorno la persona raffreddata può avere il suo asciugamano personale, magari di un colore diverso dagli altri e appeso a un gancio a parte, così resta riconoscibile anche la mattina presto, quando ci laviamo la faccia ancora mezzi addormentati. Quando il raffreddore è passato, l’asciugamano va in lavatrice con il resto del bucato, e il gancio in più resta lì, accanto al lavandino, pronto per la prossima volta.