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Giornata mondiale contro l’Omofobia, ma l’Italia è indietro

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Il 17 maggio è la Giornata contro l’Omofobia, una celebrazione importante per ricordare il giorno in cui l’ONU ha eliminato l’omosessualità dalla lista delle malattie. Tanti passi in avanti sono stati compiuti da quel 1990, ma l’Italia è ancora ferma. Cosa sta succedendo?

Il senso della Giornata contro l’omofobia

La Giornata Mondiale contro l’Omofobia è osservata da oltre 130 paesi ed è ufficialmente istituita dal 2007. La giornata dovrebbe essere utilizzata dagli enti e dalle scuole per approfondire queste tematiche e invitare le nuove generazioni al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. In realtà, ciò non viene fatto e il rischio è che l’Italia non compia passi in avanti. Attualmente i rapporti con persone dello stesso sesso sono puniti, per legge, in 69 paesi al mondo.

In Italia non c’è questo divieto, ma la nazione ha ottenuto un punteggio bassissimo nella Rainbow Map presentata a Cipro il 13 maggio. L’Italia, infatti, è al trentatreesimo posto riguardo al trattamento delle persone LGBT+ su 47 paesi europei. Il posizionamento è talmente basso a causa delle poche leggi per contrastare la violenza e le discriminazioni dei soggetti omosessuali e trans. Negli ultimi anni si può dire che il nostro paese abbia vissuto di rendita, in quanto ha attuato solo due leggi in merito: quella sulle persone trans nel 1982 e quella sulle unioni civili nel 2016. Ancora troppo poco per una nazione che ritiene normale ghettizzare e giudicare la comunità LGBT+.

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Famiglia, adozioni e quell’essere meno degni

Mentre la vita delle persone etero scorre in maniera tranquilla, la quotidianità delle persone omosessuali è scossa da alcune sensazioni sgradevoli. All’apice di questa grande piramide, c’è il non sentirsi degni. È ciò che capita, quando viene perpetuato lo stereotipo che una coppia LGBT+ sia meno degna rispetto a una coppia etero in quanto a metter su famiglia. L’adozione non è contemplata. Come se due persone omosessuali siano meno degne di amare dei figli.

C’è il sentirsi meno degni nel non poter essere valutati dai servizi sociali come coppia adottabile, a eccezione di quando il bambino abbia delle gravi disabilità. In quel caso allora forse l’adozione potrebbe esserci, perché nessun altro vuole occuparsi di quel bambino. Come se ci fosse una categoria di serie B, quella di ciò che accettabile dalla società e quello che semplicemente viene poco tollerato in quella dinamica di falsa perfezione. L’Italia dovrebbe quindi fare i conti con questo sentirsi meno degni, perché è una vasta fetta di cittadini a sentirsi in questo modo. Ed è inutile sventolare una bandiera arcobaleno se, da quel 1990, l’Italia ha avanzato solo di due caselle nel suo percorso verso la civiltà.

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