54.000 adolescenti italiani chiusi in casa: chi sono gli Hikikomori?

54.000 adolescenti italiani chiusi in casa chi sono gli hikokomori

Il termine Hikikomori è molto popolare in Giappone, terra da cui proviene. Se fino a qualche anno fa pensavamo che il fenomeno fosse isolato solo alla terra nipponica, le statistiche recenti svelano come i numeri siano in crescita anche in Italia. Di cosa si tratta e quali sono i rischi?

Chi sono gli Hikikomori

La traduzione letterale di “Hikikomori” è stare in disparte. Con il tempo ha assunto un significato ben preciso, ovvero la tendenza di un individuo a starsene da solo, fino a non uscire di casa ma avendo contatti con il mondo esterno mediante internet. Questo comportamento è comune in un target specifico, ovvero la fascia di età dai 15 ai 19 anni. Dando un’occhiata ai dati dello studio promosso dal Gruppo Abele e dall’Università della Strada su un campione di 12.000 studenti, il 2% si auto-definiva Hikikomori. Partendo da questa piccola percentuale, la stima è che 54.000 adolescenti italiani soffrano della stessa condizione, con periodi rinchiusi che vanno da 1 a 6 mesi. Altri 67.000 potrebbero presto diventarlo perciò è necessario correre al più presto ai ripari.

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I rischi degli Hikikomori

L’isolamento sociale porta con sé una serie di strascichi a breve e lungo termine. I rischi più allarmanti sono la demotivazione e la depressione, ponendo le basi per una crescente difficoltà che si identificherà in una assoluta incapacità di relazionarsi con il mondo esterno da adulti. Ma cosa fanno gli Hikikomori? C’è chi si rinchiude nel gioco online, chi nella lettura e nella TV. Il filo comune è un’assoluta volontà di restare chiusi nella propria stanza, parlando il meno possibile anche con la famiglia. Ed è proprio quest’ultima a dover cogliere questa situazione il prima possibile, peccato che la stessa ricerca riveli come siano i genitori in primis a non preoccuparsene il più delle volte. Lo stesso dato si presenta con gli insegnanti, spesso disinteressati ai contesti sociali in cui sono immersi i loro studenti. È quindi importante porre una riflessione sul ruolo degli adulti e sulla loro capacità di ascoltare i più giovani. Il progetto Nove, guidato da Milena Primavera, si pone proprio l’obiettivo di aiutare le parti interessate, offrendo la possibilità ai ragazzi di frequentare un centro laboratoriale in cui fare amicizia ma anche occuparsi di attività didattiche di gruppo o individuali. Ai genitori è dato un supporto psicologico, con lo scopo di guidarli nel rapporto con i figli, imparando a riconoscere i segnali d’allarme e donando gli strumenti per un ascolto concreto.

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