Il telefono vibra mentre stiamo sparecchiando, e tra le notifiche compare un titolo che fa alzare subito lo sguardo verso il frigorifero: un’azienda richiama un suo formaggio, o un salume, o una vaschetta di hummus. Apriamo lo sportello e cerchiamo la confezione con quel nome sopra, anche se la marca, da sola, non ci dice assolutamente tutto.
Le informazioni che contano davvero sono scritte in caratteri minuscoli, accanto alla data di scadenza o sul fondo della vaschetta: il lotto, il formato, lo stabilimento di produzione. E spesso sfugge anche un’altra cosa: ritiro e richiamo vengono usati come sinonimi, ma descrivono due momenti diversi nella vita di un alimento. Cambia il punto della filiera in cui si trova il prodotto, e cambiano le persone chiamate a intervenire, noi compresi.
Ritiro e richiamo non indicano la stessa operazione
Proviamo a seguire il viaggio di una confezione di mozzarella, dal caseificio al carrello. Esce dallo stabilimento, passa per un deposito o un distributore, arriva sugli scaffali del supermercato. Se lungo questo tragitto si accerta che quel lotto ha un problema di sicurezza, l’azienda deve fermarlo, e finché le confezioni si trovano ancora nella rete commerciale, nei magazzini, sui camion o sugli scaffali, si parla di ritiro: distributori e punti vendita individuano il prodotto e lo tolgono dalla vendita.
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Il richiamo arriva quando alcune confezioni possono essere già finite nelle nostre case, e a quel punto bisogna raggiungere chi le ha comprate, spiegare il motivo e dire con precisione cosa fare. La norma di riferimento è l’articolo 19 del Regolamento CE 178/2002, il testo europeo che fissa i principi della sicurezza alimentare.

Se un operatore ritiene, o ha motivo di ritenere, che un alimento da lui prodotto, importato o distribuito sia fuori dai requisiti di sicurezza, deve avviare subito le procedure per ritirarlo e informare le autorità competenti; se il prodotto può essere arrivato al consumatore, deve spiegargli con chiarezza il motivo del ritiro e, quando le altre misure sono insufficienti a tutelare la salute, richiamare le confezioni già vendute.
Perché un alimento viene richiamato
Dietro un avviso di richiamo possono esserci diverse cause. Capita che le analisi trovino, o sospettino, un batterio come la Listeria o la Salmonella; che in etichetta manchi un allergene usato nella ricetta, la senape per esempio, o la frutta a guscio; che un contaminante chimico superi i limiti previsti, o che nella confezione finisca un frammento di plastica o di vetro. A volte il richiamo è precauzionale, con i controlli ancora in corso.
Il motivo cambia anche il destinatario dell’avviso: se manca un allergene nell’etichetta si mettono in pericolo soprattutto le persone allergiche a quella sostanza, che per evitarla si affidano proprio alla lista degli ingredienti, e per loro anche piccole quantità possono provocare una reazione. Una contaminazione microbiologica riguarda invece chiunque abbia in casa quel lotto, con attenzioni particolari, nel caso della Listeria, per donne in gravidanza, anziani e persone con difese immunitarie ridotte.
Non di rado è l’azienda stessa a individuare il problema durante l’autocontrollo, perché è tenuta a sottoporsi alle verifiche che ogni operatore alimentare svolge sui propri processi; altre volte la segnalazione arriva da un fornitore di materie prime, dai controlli ufficiali delle autorità sanitarie o dalle informazioni che circolano attraverso il RASFF, il Sistema di allerta rapido per alimenti e mangimi dell’Unione europea. Nato nel 1979, con l’Italia tra i Paesi fondatori, il RASFF è una rete riservata alle autorità nazionali e alla Commissione europea, che la usano per scambiarsi in fretta le notizie sui rischi legati a cibi e mangimi.
Il nome del prodotto non basta: come leggere davvero un richiamo
L’errore più comune è anche il più comprensibile: leggiamo il nome di un marchio conosciuto e pensiamo che tutto ciò che porta quel logo sia coinvolto. Nella gran parte degli avvisi, al contrario, l’identificazione è molto più circoscritta, a volte un solo lotto di un solo formato. Tra le info da verificare troviamo le seguenti:
- la denominazione esatta del prodotto;
- il marchio;
- il nome o la ragione sociale dell’operatore;
- il lotto di produzione;
- la data di scadenza o il termine minimo di conservazione, quando indicati;
- il formato o il peso della confezione;
- il marchio di identificazione dello stabilimento, se l’avviso lo riporta;
- la fotografia, utile per un primo riscontro ma insufficiente da sola.
Per gli avvisi destinati ai cittadini il riferimento è il sito del Ministero della Salute, che li pubblica nella sezione dedicata agli avvisi e ai richiami di prodotti alimentari. Le schede seguono tutte lo stesso schema, con i dati per riconoscere il prodotto, il motivo del richiamo e le avvertenze per i consumatori.

Hai in casa il lotto richiamato: che cosa fare davvero
Qui la risposta è netta: il prodotto coinvolto va messo da parte, senza consumarlo, e si seguono le indicazioni riportate nell’avviso. Se la confezione corrisponde per nome, formato, lotto e date, meglio tenerla separata dagli altri alimenti, magari chiusa in un sacchetto, e leggere con attenzione le istruzioni. Spesso l’avviso invita a riportarla al punto vendita, altre volte indica modalità diverse; per il rimborso, e per la necessità o meno dello scontrino, vale quello che scrive la comunicazione specifica, oppure quello che spiega il negozio.
La prossima volta che il telefono vibra con una notizia del genere, la domanda davanti al frigorifero o alla dispensa sarà un’altra: la confezione che ho in mano coincide con quella descritta nell’avviso? Sono quei pochi caratteri stampati accanto alla scadenza a dirci se la notizia letta di sfuggita parla davvero di noi.