Vai al contenuto

David Rossi, ultimo atto: ok alla Commissione di inchiesta, la seconda in 10 anni di indagini

david rossi

A 10 anni dalla morte di David Rossi, la Camera dei Deputati, all’unanimità dei presenti, dà il via libera all’istituzione della Commissione parlamentare di Inchiesta – la seconda –  per tentare, ancora una volta, di far luce sulle circostanze della scomparsa del manager del Monte dei Paschi di Siena, avvenuta il 6 marzo del 2013.

L’ok alla Commissione di inchiesta arriva all’unanimità

Sono 20 i deputati chiamati a far parte della nuova Commissione, che dovrà procedere alle indagini esattamente con gli stessi poteri – e le stesse limitazioni –  dell’autorità giudiziaria e acquisirà anche tutto quanto è stato raccolto dalla precedente Commissione d’inchiesta – istituita nel 2021 – compresi gli atti secretati e la relazione finale.

 “Speriamo che questa possa essere la volta buona e che la verità possa venire fuori, per avere giustizia per David e per tutta la famiglia – ha commentato Carolina Orlandi, figlia di primo letto della vedova di Rossi e cui il manager era legatissimo – siamo emozionatissimi perché è passata per la seconda volta all’unanimità, questo dice molto sul lavoro fatto fino ad oggi da chi avrebbe dovuto cercare la verità e che invece ha fatto molti errori”.

Iscriviti gratuitamente sul canale Telegram, cliccando qui

oppure su Whatsapp, cliccando qui per non perdere tutte le novità

20 deputati nella seconda Commissione di inchiesta sul caso David Rossi

Il caso Rossi” ha sempre provocato inquietudini da parte della politica e tutto quanto è emerso, in questi 10 anni, non ha di certo contribuito a placare gli animi. La prima Commissione parlamentare di inchiesta, nel 2021, si risolse dopo 14 mesi di audizioni di fuoco, colpi di scena e rivelazioni clamorose. Si concluse nel settembre scorso con una relazione che confermava l’ipotesi del suicidio ma, oltre a non convincere, dall’inchiesta emersero tanti altri punti oscuri.

A spingere per una Commissione di inchiesta, fu l’opposizione di allora, rappresentata da Fratelli di Italia in palese contrapposizione al legame storico tra il Monte dei Paschi di Siena, di cui Rossi era un manager influente, e la sinistra. E quindi l’intero “caso Rossi“ – e le sue contraddizioni – sono sempre state terreno fertile per scontri politici all’arma bianca.

L’appello della figlia di Rossi a Le Iene e la risposta di Meloni

Persino il voto in Aula di ieri, benché conclusosi con una decisione unanime, non è stato privo di tensioni, con l’emendamento presentato dal Pd che chiedeva d’istituire una commissione “a scadenza massima di 18 mesi” e che è stato sonoramente bocciato.

Nei giorni scorsi, un accorato appello di Carolina Orlandi, la figlia “acquisita” di David Rossi, era stato raccolto dalla trasmissione televisiva di Italia Uno “le Iene”: “Io e mia madre non abbiamo avuto scelta. Siamo due donne che chiedono giustizia da 10 anni e oggi la chiedo ad altre due donne. Due donne che hanno i mezzi per poterla garantire. A Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio: nessuno sta indagando su chi abbia picchiato David prima di morire, e nessuno della Procura di Siena sta pagando per gli errori inammissibili compiuti fin dall’inizio. A Elly Schlein, neo segretario del Pd, che rivendica discontinuità con il passato. E il passato è il suo predecessore, Enrico Letta, che non ha mai voluto incontrare né me né mia madre”. A quell’appello aveva risposto con un tweet  la presidente del consiglio Giorgia Meloni: “Questa settimana verrà votata la ripresa dei lavori della commissione parlamentare d’inchiesta, con l’auspicio si possa fare piena luce sulla vicenda, per David e la sua famiglia”.

10 anni di inchieste: è sempre e comunque “suicidio”

Il 6 marzo del 2013 il capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, David Rossi, precipitò dalla finestra del suo ufficio, al terzo piano di Rocca Salimbeni a Siena. Rimase agonizzante a terra per circa un’ora, prima che qualcuno si accorgesse di quel che fosse accaduto e desse l’allarme.

Da quel giorno si sono susseguite due inchieste giudiziarie, a distanza di anni, che hanno archiviato il caso come un suicidio, oltre a tutta un’altra serie di ricostruzioni che non hanno mai fugato ogni dubbio sulle circostanze della morte del manager.

Dalla prima commissione di inchiesta, emersero tali e tante ambiguità che la relazione finale fu approvata a fatica e senza la partecipazione del Pd. E, questo, nonostante la maxi perizia dei carabinieri del Ris che, su richiesta della Commissione stessa, presentarono una simulazione della caduta di Rossi dalla finestra, avvalendosi di tecniche di ricostruzione di ultima generazione in grado di ricreare le esatte condizioni – comprese quelle atmosferiche – in cui il manager perse la vita.

Il caso Rossi, terreno di scontro politico

La politica non si è mai dimenticata del caso Rossi. Da destra, da sinistra e persino dal centro di Matteo Renzi, la vicenda della morte del funzionario di MPS – nonostante le archiviazioni delle inchieste giudiziarie – è sempre stata terreno di scontro. Da un lato, per scagliarsi contro la magistratura e nei confronti della gestione del Monte; dall’altro, per mettere in discussione la credibilità dei pm:  uno tra tutti, Antonino Anastasi, che si è attirato gli strali di Matteo Renzi, a sua volta indagato dallo stesso magistrato per finanziamento illecito.

La precedente Commissione di inchiesta fece emergere pesanti accuse contro gli inquirenti, lanciate dal colonnello dell’Arma Pasquale Aglieco che, all’epoca della morte di David Rossi, era comandante provinciale dei Carabineri di Siena: “Il pm Nastasi rispose al cellulare del manager Mps dopo la sua morte”. Queste dichiarazioni (tra le altre) scatenarono una ridda di reazioni e provocarono l’apertura di una terza inchiesta giudiziaria da parte della procura di Genova. L’obiettivo era far luce sulla condotta dei colleghi che avevano seguito il caso Rossi, per appurare se avessero inquinato la scena di un possibile crimine.

Assolti i magistrati: non hanno compromesso  le prove volontariamente

L’inchiesta in questione si è, da poco, conclusa con una richiesta di archiviazione e non perché non vi fosse stato un possibile inquinamento della scena, ma perché è stato escluso il dolo. Insomma, magistrati magari pasticcioni e maldestri, ma non in malafede. E, naturalmente, Aglieco è finito, a sua volta, indagato per falsa testimonianza: lui aveva fatto le  rivelazioni che la procura di Genova ha ritenuto prive di fondamento. Aglieco, però, non è stato sentito: “si è trasferito a Hammamet – hanno scritto i magistrati – e quindi non è stato ad oggi ancora possibile notificargli l’invito a presentarsi per l’interrogatorio”.

La procura di Genova ha, quindi, trasmesso gli atti a Siena per una parte, quella relativa alla scomparsa di alcune immagini da una pen-drive che ritraggono due dipendenti del Monte uscire dal palazzo da un diverso accesso, subito dopo la caduta di David Rossi. Nessuno ritenne, all’epoca dei fatti, di dover indagare sulla questione, ma i magistrati di Genova hanno comunque aperto un fascicolo, a beneficio dei colleghi senesi, per chiarire chi sia stato a cancellare quelle immagini e perché.

E siamo arrivati a questo ultimo atto del giallo sulla morte di David Rossi. A distanza di 10 anni, di accertati vi sono solo gli errori commessi durante le indagini. Ora toccherà, ancora una volta, ad una Commissione di inchiesta tentare di far luce su quello che accadde quella notte e, per quanto ci si ostini a parlare di suicidio, il caso David Rossi è più che mai aperto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *