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L’emergenza Covid è finita davvero?

Sono passati 3 anni dalla prima diagnosi: il 20 febbraio 2020 arrivò il verdetto sull’infezione che ci ha travolti come uno tsunami e, adesso che l’ondata di piena è passata, per gli esperti, sostanzialmente, l’emergenza Covid è finita. Ma non vuol dire che ci siamo liberati del virus.

La pandemia si è lasciata dietro un cumulo di macerie ancora fumanti, anche se la nostra memoria sembra averle rimosse, quasi a difendersi dai ricordi più terribili di questi ultimi 50 anni.

Le colonne dei camion dell’esercito con i cadaveri da smaltire, i visi dei nostri vecchi sfumati lentamente come nel finale di un film, il lockdown, gli appuntamenti per salutarsi dal balcone di casa, le autocertificazioni da collezionare – una per ogni DPCM – , gli studenti incollati davanti al computer o allo schermo del cellulare per fare lezione, le file chilometriche al supermercato, mascherine e igienizzanti onnipresenti.

Dal lockdown alla campagna di vaccinazione: forse l’emergenza Covid è finita davvero.

Poi le prime riaperture, il distanziamento, plexiglass ovunque per renderci meno visibile la gabbia in cui ci sentivamo rinchiusi. E anche gli aspetti grotteschi: non più di 6 persone allo stesso tavolo per la pizza, meno di 30 per matrimoni e funerali. E l’angustiante quesito: congiunti sì o congiunti no?. E, ancora, le restrizioni dell’Italia a colori: giallo, arancione, rosso, che cambiavano di continuo, così come i comportamenti consentiti. Il bianco era il sogno, la libertà.  

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Eppoi i tamponi quotidiani e, talvolta, più volte al giorno, l’appuntamento davanti alla tv per i bollettini delle 18:00 e la conta dei morti, che non calavano mai. E, infine, i vaccini, il green pass e i no-vax, bastian-contrari.  

Sembra passato un secolo, ma tutto questo si è susseguito nell’arco degli ultimi tre anni. E, dalla scorsa primavera ad oggi, abbiamo usato le mascherine soltanto per andare dal medico o per entrare nelle strutture sanitarie.

Sì, è vero, gli ultimi 12 mesi li abbiamo passati a discutere di 4° e 5° dose di vaccino e a tenere d’occhio la variante Omicron, con la paura che tutto potesse ricominciare. Evidentemente, però, non è andata così.

Che sia perché realmente si sia sconfitta l’infezione o semplicemente perché abbiamo deciso che non ci faceva più paura oppure perché, una volta accettata l’ineluttabilità della morte, non si può continuare a vivere sotto una campana di vetro: fatto sta che, oggi, l’argomento Covid è davvero sparito dai radar.

Dall’estate del 2021 la prudenza è stata progressivamente archiviata.

La lotta di liberazione dal Coronavirus-pensiero è iniziata nel 2021, per l’Italia: gli Europei di calcio, vissuti tutti insieme negli stadi e con la vittoria festeggiata in ogni città del Paese, ha sferrato il primo e decisivo calcio all’imperativo categorico della prudenza ad ogni costo. Nel frattempo, i vaccini sono entrati massicciamente nella vita di noi occidentali, ma non in quella del resto del mondo, dove il Covid ha continuato la sua corsa mortale.

Poi, nel corso dello scorso anno, non ci siamo liberati dall’infezione, ma dalle mascherine sì: scuole aperte obbligatoriamente e decadenza del green pass, con conseguente “amnistia” per i detrattori ed i contravventori.

E, progressivamente, abbiamo smesso di ascoltare i dati; la loro diffusione è diventata da giornaliera a settimanale e anche il personale sanitario, che si era rifiutato di sottoporsi alla vaccinazione, è stato regolarmente reintegrato e riabilitato.

Insomma, non sappiamo se abbiamo davvero sconfitto il Covid, ma certamente abbiamo imparato a conviverci. O magari, abbiamo semplicemente imparato ad ignorarlo, rimuovendolo di fatto dai nostri ricordi e dai nostri incubi. Insomma, senza esser suffragati dai dati scientifici, siamo stati noi stessi, con i nostri comportamenti, a decretare che l’emergenza Covid è finita. Seppoi ce lo confermasse anche la scienza, meglio.

Maruotti: “Il calo della diffusione del Covid è drastico e progressivo”.

Per ora, la conferma effettiva è che i dati sono precipitati in basso: “I posti occupati in terapia intensiva da pazienti Covid, in questo momento, sono 179, molto vicino ai minimi osservati in alcuni di settembre 2022 – spiega Antonello Maruotti. In qualità di Ordinario di Statistica all’Università Lumsa di Roma, è stato l’uomo che ha monitorato il reale andamento fin dai primi momenti della pandemia. In quei pochi giorni di settembre del 2022 in cui il numero è stato più basso, erano 125 i pazienti Covid ricoverati in terapia intensiva. Nel febbraio dell’anno scorso, invece, erano 1500. L’esperto di statistica osserva anche che “Il medesimo andamento lo si ha per le ospedalizzazioni nei reparti ordinari: attualmente i posti occupati sono 3.712, non lontano dal minimo degli ultimi 12 mesi registrato a settembre (3.293 posti occupati) e lontanissimi dai 19mila del 4 febbraio 2022”. Sul fronte dei decessi, nell’ultima settimana si sono “registrati due dati anomali ed elevato – conclude – tuttavia anche questo indicatore non desta preoccupazione, al netto del fatto che la gente muore ancora e continuerà a morire di Covid”.

Insomma, la situazione attuale non è minimamente paragonabile a quanto accadeva soltanto un anno fa. Ce ne siamo liberati? “Non arriveremo mai a zero Covid in relazione al contagio. – conclude Maruotti – Possiamo dire, tuttavia, che non siamo lontani allo zero Covid in termini di gravità, con gli indicatori ospedalieri che continueranno a scendere, a meno di nuove varianti che al momento però non sono ancora osservate”.

L’emergenza Covid è finita? Dati frammentari, parziali e letture ritardate.

Nonostante i dati diffusi settimanalmente, la fotografia che ci è stata restituita dai consueti bollettini dell’Iss (Istituto Superiore di Sanità) è stata, perlomeno, parziale: gli indicatori segnalano un costante calo della diffusione dell’infezione ma è comunque difficile seguirne l’andamento. I dati forniti dalle regioni non sono omogenei e, soprattutto, il monitoraggio disegna un quadro vecchio di una settimana rispetto alla sua diffusione ed il sequenziamento delle nuove varianti si limita a confermarne la presenza, non certo a prevenirne o a contenerne il contagio.

Se fossimo ancora in condizioni di vera emergenza, sarebbe un disastro totale.

Vaia: “Il virus è cambiato. Dovremmo chiamarlo Covid 23 ed è come un’influenza. Vaccinazioni annuali soprattutto per i pazienti fragili”.

Fortunatamente, Francesco Vaia, direttore generale dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, ha le idee chiare in proposito: “Il virus che abbiamo incontrato nel 2020 non esiste più. Da tempo – osserva –  ormai ripeto che non dovremmo più nemmeno chiamarlo Covid-19. Ho proposto provocatoriamente la dicitura “Covid-23” perché ci troviamo in una fase completamente diversa rispetto a quella iniziale: oggi, cioè, incontriamo una malattia che si manifesta prevalentemente nelle vie aree superiori, come un’influenza, e che può essere pericolosa solo in persone molto anziane, con patologie croniche già acclarate, o in pazienti non vaccinati.”  E, infatti, sono lontani i tempi in cui negli ospedali i sanitari erano in servizio permanente effettivo e bisognava passare il respiratore da un paziente ad un altro. O, almeno, questo accade allo Spallanzani, dove sono stati trattati i primi pazienti positivi nel 2020 e si è riusciti a sequenziale ed isolare il ceppo del Covid che si è diffuso da noi. “In una struttura dove raccogliamo pazienti da tutta la regione contiamo oggi appena 6 pazienti con complicazioni da Covid in rianimazione. Ed è sulla base dei numeri che da sempre, non solo adesso, avremmo dovuto capire con che cosa avevamo a che fare, non su quella degli allarmismi troppo spesso lanciati senza evidenze cliniche e scientifiche”.

Vaia: “Lucidità, fiducia nella scienza e decisioni meno impattanti”.

Insomma, “Niente panico, fiducia nella scienza e nei vaccini, decisioni meno impattanti sulla vita sociale delle persone – sottolinea -. Sono ancora scandalizzato per la chiusura delle scuole, prima, e la loro riapertura, poi, senza che nulla sia stato fatto per metterle in sicurezza, tranne raccomandare agli insegnanti di tenere aperte le finestre”.

Già, andò proprio così: si riempirono le aule di banchi a rotelle, oggi finiti chissà dove, ed alunni ed insegnanti passarono i mesi con i cappotti in classe pur di lasciare le finestre aperte, unico rimedio adottato.  Ma adesso è il momento della lucidità: “Siamo davvero nella primavera della rinascita – conclude Vaia -. Abbiamo guadagnato la libertà di cui oggi godiamo, dobbiamo mantenerla vaccinandoci ogni anno, con una profilassi che, al più presto, possa proteggerci da tutti i coronavirus, non solo da questo. E dobbiamo guardare oltre la pandemia, per cercare di risolvere i problemi strutturali: ciò per cui servirebbe un tavolo interdisciplinare ed interministeriale da istituire presso Palazzo Chigi”.

Clementi: “Virus cambiato ma attenzione ai salti di specie dal mondo animale”.

Dello stesso parere anche il virologo Massimo Clementi, direttore per molti anni del laboratorio di Microbiologia del San Raffaele di Milano, che descrive un virus ancora circolante ma profondamente diverso da quello che abbiamo conosciuto, al punto di non farci più paura:”   Il Covid da questo punto di vista non si è comportato diversamente dagli altri coronavirus che abbiamo incontrato nel corso della storia”. Secondo Clementi, i virus degli ultimi anni “ci hanno dimostrato che possono scomparire del tutto oppure rimanere con noi in forma, per così dire, addomesticata. Vale a dire caratterizzati da una patogenicità inferiore”.

Secondo lo scienziato, questo è ciò che è accaduto con il Covid che ha impiegato tre anni per arrivare alla variante Omicron: “Una forma influenzale che coinvolge le vie aeree superiori – spiega –. A trasformarlo, la pressione selettiva esercitata in forma mista dai vaccini e dall’immunità naturale acquisita attraverso i contagi, a causa della quale il Covid si è dovuto via via comprimere in varianti sempre meno gravi”.

Clementi: “Vinta la battaglia, non la guerra. Impariamo la lezione dal Covid”.

Ma come Vaia, anche Clementi è ben lungi dal cantar vittoria: “I virus, tutti, arrivano all’uomo dal mondo animale e fanno danni – ammonisce lo scienziato –  la loro tendenza allo spill-over, ovvero alla tracimazione nella specie umana, è ciò con cui dobbiamo fare i conti. Questo passaggio può non avvenire mai, o avvenire senza conseguenze, i virus possono rimanere come innocui compagni di viaggio, oppure andarsene. Ma ne arriveranno altri”. Quindi dobbiamo aspettarci altri salti di specie nei virus? “Il Covid avrebbe dovuto insegnarci a monitorare l’interfaccia tra natura e uomo, da dove potrebbe partire la prossima pandemia. Dobbiamo essere vedette attente – conclude –. Gli animali vanno studiati e i comportamenti umani vanno controllati e modificati”.

Ricciardi: ”Situazione migliorata ma non risolta. Continuare con le vaccinazioni”.

Per nulla ottimista sulla attuale situazione del Covid, invece, il docente di Igiene all’Università Cattolica di Roma, Walter Ricciardi, convinto che l’obiettivo da perseguire sia raggiungere la totale scomparsa del virus: “Il Covid non è affatto scomparso, la sua circolazione è ancora intensa e la mortalità elevata – spiega -. Ciò che è cambiato è che il virus non è più considerato una responsabilità sociale, ma individuale”. Ovviamente perché adesso, dal Covid, ci si può proteggere e, conseguentemente, chi è contagiato ha meno possibilità di trasmetterlo ad altri. “La variante Omicron – sottolinea Ricciardi – ha una penetrazione minore nelle vie respiratorie ed il problema si è attenuato grazie alle vaccinazioni. Ma la sua patogenicità risulta ancora elevata nelle persone più anziane, fragili e in quelle non vaccinate, come ci dimostra quello che sta accadendo in Cina. E queste persone sono state abbandonate a se stesse”.

E, concordando quindi con quanto affermato da Francesco Vaia in merito alla vaccinazione “dovrebbe continuare una campagna di sensibilizzazione pubblica attiva”. Appello, fino ad ora, non raccolto: la scorsa settimana si sono effettuate poco più di 3500 vaccinazioni in tutto il Paese: il minimo storico.

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Che abbassare la guardia non rientri nelle prescrizioni è evidente. Ma lo è anche sottolineare che, se non fosse per i media che, in questi giorni, si affanneranno a ricordarci quelle che successe a partire dal 20 febbraio 2020, per noi la questione sarebbe abbondantemente archiviata: emergenza covid finita.

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